Mada’in Saleh, alter ego di Petra dei Nabatei

by ArcheoWorld
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Nel deserto interrotto da picchi rocciosi a nord di Al-Ula, in Arabia Saudita, affioramenti rocciosi e massi giganti delle dimensioni di edifici, splendidamente scolpiti e con frontoni e colonne in stile classico, spuntano dalla sabbia come semi divinamente sparsi. Al tramontare del sole, i colori polverosi si accendono, rivelando butterature e macchie causate da vento e pioggia, che hanno modellato queste pietre per millenni. Questo luogo è Mada’in Saleh, “città di Saleh”, ma conosciuto con molti nomi, e non sorprendente data la lunga storia della città e la lunga lista di viaggiatori che sono passati attraverso. Mada’in Saleh era la seconda città del regno nabateo ed è spesso chiamata “l’altra Petra“.

Originariamente chiamato Al-Hijr, che significa “terra rocciosa” o “luogo roccioso“, e in seguito Hegra dall’antico filosofo greco Strabone e dai suoi contemporanei, questo era anche il nome usato dai Nabatei ed è ancora in uso oggi. Il luogo fu abitato dai Thamud – la loro presenza è datata al 715 a.C. – che costruirono le loro case in alto sulle scogliere della zona. Come civiltà erano corrotti e arroganti e adoravano idoli scolpiti nella pietra nonostante il loro profeta, Saleh, abbia cercato di guidarli sulla retta via professando l’esistenza di un solo Dio, si rifiutarono di ascoltare i suoi messaggi. Gli abitanti chiesero a Saleh di dimostrare la presenza di un Dio invisibile e Saleh obbedì. Dio creò una cammella incinta che uscì da una roccia e diede alla luce un vitello. Il miracolo stupì i Thamud che in seguito, impauriti e increduli, si rifiutarono di far abbeverare la cammella e uccisero il vitello mentre fuggiva. Dio, vedendo questo, disse a Saleh di andarsene dalla regione e mandò un devastante terremoto su di essa uccidendo tutti i suoi abitanti.

Antiche e rare incisioni Thamud presenti in zona

Successivamente l’area diventò centro nevralgico dei commerci dell’Impero Nabateo. I Nabatei erano nomadi che abitavano nel deserto trasformati in maestri mercanti, che controllavano le rotte commerciali dell’incenso e delle spezie attraverso l’Arabia e la Giordania verso il Mediterraneo, l’Egitto, la Siria e la Mesopotamia. Carovane trainate da cammelli cariche di sacchi di profumati grani di pepe, radice di zenzero, zucchero e cotone passavano per Hegra, una città di provincia al confine meridionale del regno.

L'Impero Nabateo e suoi confinanti al tempo del massimo splendore
Antiche piste carovaniere ancora conosciute nel deserto arabico

I Nabatei divennero anche fornitori di aromi, come l’incenso e la mirra, che erano molto apprezzati nelle cerimonie religiose. Mercanti e pellegrini erano gli esploratori originali della regione, che viaggiavano da terre lontane per fissare i loro occhi sull’ignoto e scambiarsi storie su dove erano stati e cosa avevano incontrato, erano ambasciatori della cultura molto prima che esistesse un simile concetto. I Nabatei prosperarono dal IV secolo a.C. fino al I secolo d.C., quando l’Impero Romano in espansione annesse e sussunse la loro vasta area di terra, che comprendeva l’odierna Giordania, la penisola egiziana del Sinai e parti dell’Arabia Saudita, Israele e Siria.

Il motivo per cui i Nabatei sono emersi e sono diventati nuovi nelle fonti antiche è che diventarono ricchi. Quando diventi ricco, diventi visibile! 

                                                                                                                                         Laila Nehmé, archeologa.

A poco a poco, l’identità nabatea fu completamente persa, dimenticata dall’Occidente per secoli, “riscoperta” solo dall’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt nel 1812 dopo la sua visita a Petra, sebbene le tribù beduine locali vivessero nelle grotte e nelle tombe da generazioni. Ancora oggi non sappiamo quasi nulla dei Nabatei che ci hanno lasciato così poca storia di prima mano. Con l’immensa popolarità di Petra oggi, è difficile immaginare che non sappiamo molto sui suoi creatori. La maggior parte di ciò che abbiamo appreso su di loro proviene dai documenti di estranei: gli antichi greci, romani ed egizi. Il motivo per cui non ne sappiamo molto è perché non abbiamo libri o fonti scritte da loro che ci raccontano il modo in cui vivevano e morivano e adoravano i loro dei. Abbiamo alcune fonti esterne, quindi persone che ne parlano. Non hanno lasciato grandi testi mitologici come quelli che abbiamo per Gilgamesh e la Mesopotamia. Non abbiamo la loro mitologia. Come Petra, Hegra è una metropoli trasformata in necropoli: la maggior parte delle strutture rimaste che possono essere viste oggi sono tombe, con gran parte dei resti architettonici della città in attesa di essere scavati o già persi, letteralmente, nelle sabbie del tempo.

Uno dei pochi luoghi in cui esistono le parole dei Nabatei è nelle iscrizioni sopra gli ingressi di molte delle tombe di Hegra. Per quanto oscuri possano essere per noi ora, i Nabatei erano antichi pionieri dell’architettura e dell’idraulica, sfruttando a loro vantaggio l’implacabile ambiente desertico. L’acqua piovana che scendeva dalle montagne scoscese veniva raccolta per un uso successivo in cisterne a livello del suolo. Attorno alle tombe sono state costruite tubature dell’acqua naturali per proteggere le loro facciate dall’erosione, che le hanno mantenute ben conservate migliaia di anni dopo la loro costruzione.

Hegra contiene 111 tombe accuratamente scolpite, molto meno delle oltre 600 nella capitale nabatea di Petra. Ma le tombe di Hegra sono spesso in condizioni molto migliori, consentendo ai visitatori di dare un’occhiata più da vicino alla civiltà dimenticata. L’architettura classica greca e romana ha chiaramente influenzato la costruzione e molte tombe includono colonne con capitello che reggono un frontone triangolare sopra la porta o una trabeazione a livello della tomba. Una “corona” nabatea, composta da due ordini di cinque gradini, poggia nella parte più alta della facciata, in attesa di trasportare l’anima in cielo.

Tomba nabatea a Hegra con il fregio superiore a "corona" con cinque gradini

Sfingi, aquile e grifoni ad ali spiegate, simboli importati nel mondo greco, romano, egiziano e persiano, si librano minacciosamente sopra gli ingressi delle tombe per proteggerli dagli intrusi. Altri sono custoditi da maschere simili a Medusa, con serpenti che si estendono a spirale come capelli. Le iscrizioni, scritte in un precursore dell’arabo moderno riportano un numero significativo di date: una miniera d’oro per archeologi e storici consentendo loro di colmare le lacune nella cronologia dei Nabatei, sebbene la costruzione di un quadro chiaro sia ancora problematica: circa 7.000 iscrizioni nabatee sono state trovate in tutto il loro regno. Di queste 7.000, solo poco più di 100 hanno date. La maggior parte sono graffiti molto brevi: il nome di un individuo e di suo padre o una petizione a un dio. Sono limitate nel loro contenuto, quindi è difficile scrivere una cronologia sulla base delle iscrizioni. Alcune tombe di Hegra sono l’ultima dimora per ufficiali di alto rango e le loro famiglie, che, secondo la scrittura sulle loro tombe, portarono con sé i titoli militari romani adottati di prefetto e centurione. Le iscrizioni sottolineano anche l’importanza commerciale di Hegra ai margini meridionali dell’impero e i testi rivelano la diversa composizione della società nabatea. Le storie complete dietro molte di queste tombe rimangono sconosciute.

Alcune viste del sito archeologico di Hegra

La tomba più grande di Hegra, alta circa 22 mt., è la tomba monolitica di Lihyan figlio di Kuza, a volte chiamata Qasr al-Farid, che significa “castello solitario“, a causa della sua posizione distante rispetto alle altre tombe. È stata lasciata incompiuta, con segni di scalpello ruvidi e non levigati che circondano la parte inferiore.

La tomba Qasr al-Farid, il "castello solitario"

Alcune tombe sono state abbandonate a metà della costruzione per ragioni poco chiare. L’opera abbandonata alla Tomba 46 mostra più chiaramente come i Nabatei costruirono da cima a fondo, con solo la “corona” a gradoni visibile sopra una scogliera non tagliata. Sia la Tomba di Lihyan Figlio di Kuza che la Tomba 46 hanno brevi iscrizioni, che le designano per famiglie specifiche. Sebbene i Nabatei abbiano lasciato scarsi documenti, Hegra è il luogo in cui le loro parole sono più visibili. Ma i Nabatei non erano gli unici qui: circa 10 lingue storiche sono state trovate inscritte nel paesaggio di Al-Ula, e questa regione in particolare è vista come determinante nello sviluppo della lingua araba. Qualcosa in Al-Ula ha ispirato civiltà dopo civiltà a lasciare il segno, forse, inseguendo il sogno dei Nabatei che vedevano le loro tombe come loro dimore eterne, ora che i loro spiriti stanno risorgendo le storie qui raccontate sulla roccia stanno spingendo il luogo a diventare un museo a cielo aperto.

Turisti visitano le tombe rupestri di Hegra

Dal 2008 il sito archeologico di Mada’in Saleh è patrimonio dell’UNESCO, il primo dell’Arabia Saudita, non troppo visitato dagli arabi perché ritenuto un posto maledetto dove, com’è scritto nel Corano (sura XV), gli abitanti “infedeli” che adoravano falsi idoli, furono puniti da Allah con fulmini e un terremoto. Ma questo molto, molto prima che i Nabatei costruissero la loro magnifica città.

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